martedì 13 marzo 2012

norwegian wood

e mi chiedo dove siamo andati a finire noi due. come è potuto succedere? dove è andato a finire tutto quello che ci sembrava così prezioso, dov'è lei e dov'è la persona che ero allora, il mio mondo? ma è inutile, ormai non riesco nemmeno a ricordare così facilmente. quello che mi resta è solo lo sfondo: un paesaggio senza figure.

lunedì 5 marzo 2012

il molo

l'asfalto irregolare sulla banchina, affogato da decine di pozzanghere dense e scure. la pioggia continuava a lanciarsi a terra incessantemente, come tanti piccoli soldati senza paracadute, pronti a sfracellarsi al suolo pur di portare a termine la missione. quel grigio pavimento era ormai quasi completamente sommerso d'acqua, fuso con essa, un acquerello dai toni scuri, sporchi, oleosi. con un po di sforzo potevi ancora vederci attraverso, come quando cammini sulla spiaggia e intravedi le pietre posate sul fondo del mare.
il Signor V. si trovava li, con le calze bagnate appiccicate alle suole delle sue scarpe di tela, fradicie anch'esse. il freddo sulla punta delle dita gli stava facendo come al solito rimpiangere di non aver scelto degli stivali piu pesanti.. troppo tardi. la sigaretta accesa era ormai completamente picchiettata dalle fitte gocce che turbinavano nell'aria, faceva non poca fatica a tirare delle boccate piene, che potessero almeno in parte giustificare il mal di testa che di li a poco lo avrebbe assalito.
lo sguardo che si posava ora su un punto, ora su un altro, in attesa che giungesse il momento di partire.
un sorriso gli si stampò sulla faccia quando si accorse che a pochi metri da lui, una piccola barchetta di carta bianca, camminava su quello specchio d'acqua torbido, seguendo una traiettoria indefinita, epilettica, bersagliata dagli minuscoli kamikaze trasparenti che gridavano cadendo dal cielo.
gli venne subito alla mente la storia del soldatino di piombo, una delle sue preferite da bambino, quando nei giorni di pioggia, accarezzato dalle coperte del letto, ascoltava, senza perdere nemmeno una sillaba, sua madre raccontargliela. chissà se un giorno l'avrebbe riascoltata, sbirciando tra le pagine del libro per scorgerne le figure.
la nave ormeggiata sul molo sputava un denso fumo grigiastro dalla ciminiera. l'aria vibrava, mossa dall'oscillare dei motori appena azionati. mancava poco. bisognava incamminarsi.
il Signor V. getto il mozzicone, si strinse il bavero e sistemo la sacca lungo la spalla, muovendo per primo il piede destro umido e pruriginoso lungo il pontile. in cielo un stormo di gabbiani si apprestava ad inoltrarsi verso il mare aperto, pronti a dirigersi verso l'infinito.
voglia di partire. di andare non so dove, senza meta, dove porta la pioggia. salendo sulla scalinata di legno mischiato a ferro arrugginito volse un ultimo sguardo alle spalle, per vedere se si ricordava ancora come erano fatti quelli occhi color corteccia di castagno, che tanto lo avevano stregato, per sempre.
qualche secondo di attesa. lo sguardo fisso. 
dove sei? dove sei?
raddrizzò la camminata e continuò a salire. la nave stava per salpare.