passano anni di sorrisi mancati. visi scovati. sguardi incrociati, ma mai persi, mai soffermati. passano le dita che afferrano mani, si stringono a pugno contro un blocco di ghiaccio. freddo. manca il calore di un palmo che accarezza, traccia linee curve sulla fronte, sulle guance, sulle labbra. è troppo tempo che non le sfiori.
e poi succede che arrivano nuovi occhi in cui perdersi.
martedì 4 dicembre 2012
mercoledì 31 ottobre 2012
tomorrow
i want to wake up and find a world in remission,
free from the grasp of the human condition.
free from the grasp of the human condition.
domenica 14 ottobre 2012
Porcellana
sentire la pioggia morire dappertutto fuori, chiuso in quella stanza mal riscaldata, da ormai più di 40 giorni. lune che scorrono segnando confini sottili, anche se inesorabilmente tutti uguali. non si può nemmeno chiamare attesa, non è forse sbagliato continuare ad aspettare che qualcuno ci prenda per mano e ci accompagni un po, senza neanche il bisogno di vedere dove mettere i piedi. fa troppo freddo qui dentro esclamò il Signor V. tra se e se, stropicciando i piedi tra una piega e l'altra della coperta.
abbandonare se stesso a tutto ciò era come vivere in una stanza di porcellana bianca e liscia, abbagliante da quanto non dica niente, da quanto non regali emozione. vivere sempre piu ogni giorno seduto ad una tavola imbandita di spezie pregiate ed avere il naso troppo tappato per assaporarne la bellezza.
abbandonare se stesso a tutto ciò era come vivere in una stanza di porcellana bianca e liscia, abbagliante da quanto non dica niente, da quanto non regali emozione. vivere sempre piu ogni giorno seduto ad una tavola imbandita di spezie pregiate ed avere il naso troppo tappato per assaporarne la bellezza.
mercoledì 26 settembre 2012
Distruzione
quel sapore metallico di sangue che gli permeava la bocca arsa dalla fatica, lo faceva stranamente sentire potente e vivo. quelle mani tagliate, da tanto che le dita si stringevano a pugno, mentre correva con il corpo in avanti, nel buio. solo la luce dei lampioni, e di quelle poche auto che interrompevano a tratti il silenzio di una città addormentata, o forse animata soltanto da solitudine nei propri pensieri.
pensare a quanto tutto questo facesse schifo. l'invidia. il tradimento. la falsità. di una vita spesa male. governata dall'illusione di volersi sentire davvero parte di qualcosa, di essere autentici, di vivere un'esistenza che fosse vera. un'esistenza da ricordare anche dopo che gli occhi si fossero chiusi per sempre. un goffo teatro invece, di coloro che vendono la propria libertà per comprare sicurezza, annichiliti dalla malattia di questa società, che ci tiene schiavi nell'indifferenza e nel volere sempre di più, come vermi che scavano nella carcassa di quello che non è più, di quello che originariamente era, la vera libertà, l'istinto primordiale di sentirsi respirare in una distesa infinita.
il Signor V. non era da meno, lasciatosi soggiogare tempo fa da quella inutilità di usi e costumi, proprio lui che avrebbe voluto infrangersi contro tali onde di fango, si stava facendo cullare in questa marcia prigione liquida, affogando lentamente. spurgare odio. verso tutti. verso se stesso. sentire quel sentimento trasformarsi in un diavolo nero impazzito, che usciva scorticandoli la schiena dall'interno.
chiunque avesse avuto conoscenza di lui e ne avesse apprezzato le sue fantomatiche doti, si sbagliava. l'errore di non essersi accorti di quanto male ci fosse in lui, di quanta melma putrida alimentata da un desiderio malsano di rivendicazione. per anni aveva pensato che chi avesse ricevuto il dono della sua conoscenza dovesse sentirsi privilegiato, per chissà quale virtù che gli veniva offerta, pronta da godere, senza dover niente in cambio. tutti i fili tesi, ora era finalmente giunto il momento di reciderli tutti, strappare le vene dalle braccia con dita sporche, sentire il freddo sui polsi. distruggere. tutto. per ritrovarsi finalmente faccia a faccia con lo spettro di se stesso. nella vecchia società. e iniziare di nuovo tutto. da capo. questa volta da solo. solo per sempre.
pensare a quanto tutto questo facesse schifo. l'invidia. il tradimento. la falsità. di una vita spesa male. governata dall'illusione di volersi sentire davvero parte di qualcosa, di essere autentici, di vivere un'esistenza che fosse vera. un'esistenza da ricordare anche dopo che gli occhi si fossero chiusi per sempre. un goffo teatro invece, di coloro che vendono la propria libertà per comprare sicurezza, annichiliti dalla malattia di questa società, che ci tiene schiavi nell'indifferenza e nel volere sempre di più, come vermi che scavano nella carcassa di quello che non è più, di quello che originariamente era, la vera libertà, l'istinto primordiale di sentirsi respirare in una distesa infinita.
il Signor V. non era da meno, lasciatosi soggiogare tempo fa da quella inutilità di usi e costumi, proprio lui che avrebbe voluto infrangersi contro tali onde di fango, si stava facendo cullare in questa marcia prigione liquida, affogando lentamente. spurgare odio. verso tutti. verso se stesso. sentire quel sentimento trasformarsi in un diavolo nero impazzito, che usciva scorticandoli la schiena dall'interno.
chiunque avesse avuto conoscenza di lui e ne avesse apprezzato le sue fantomatiche doti, si sbagliava. l'errore di non essersi accorti di quanto male ci fosse in lui, di quanta melma putrida alimentata da un desiderio malsano di rivendicazione. per anni aveva pensato che chi avesse ricevuto il dono della sua conoscenza dovesse sentirsi privilegiato, per chissà quale virtù che gli veniva offerta, pronta da godere, senza dover niente in cambio. tutti i fili tesi, ora era finalmente giunto il momento di reciderli tutti, strappare le vene dalle braccia con dita sporche, sentire il freddo sui polsi. distruggere. tutto. per ritrovarsi finalmente faccia a faccia con lo spettro di se stesso. nella vecchia società. e iniziare di nuovo tutto. da capo. questa volta da solo. solo per sempre.
martedì 13 marzo 2012
norwegian wood
e mi chiedo dove siamo andati a finire noi due. come è potuto succedere? dove è andato a finire tutto quello che ci sembrava così prezioso, dov'è lei e dov'è la persona che ero allora, il mio mondo? ma è inutile, ormai non riesco nemmeno a ricordare così facilmente. quello che mi resta è solo lo sfondo: un paesaggio senza figure.
lunedì 5 marzo 2012
il molo
l'asfalto irregolare sulla banchina, affogato da decine di pozzanghere dense e scure. la pioggia continuava a lanciarsi a terra incessantemente, come tanti piccoli soldati senza paracadute, pronti a sfracellarsi al suolo pur di portare a termine la missione. quel grigio pavimento era ormai quasi completamente sommerso d'acqua, fuso con essa, un acquerello dai toni scuri, sporchi, oleosi. con un po di sforzo potevi ancora vederci attraverso, come quando cammini sulla spiaggia e intravedi le pietre posate sul fondo del mare.
il Signor V. si trovava li, con le calze bagnate appiccicate alle suole delle sue scarpe di tela, fradicie anch'esse. il freddo sulla punta delle dita gli stava facendo come al solito rimpiangere di non aver scelto degli stivali piu pesanti.. troppo tardi. la sigaretta accesa era ormai completamente picchiettata dalle fitte gocce che turbinavano nell'aria, faceva non poca fatica a tirare delle boccate piene, che potessero almeno in parte giustificare il mal di testa che di li a poco lo avrebbe assalito.
lo sguardo che si posava ora su un punto, ora su un altro, in attesa che giungesse il momento di partire.
un sorriso gli si stampò sulla faccia quando si accorse che a pochi metri da lui, una piccola barchetta di carta bianca, camminava su quello specchio d'acqua torbido, seguendo una traiettoria indefinita, epilettica, bersagliata dagli minuscoli kamikaze trasparenti che gridavano cadendo dal cielo.
gli venne subito alla mente la storia del soldatino di piombo, una delle sue preferite da bambino, quando nei giorni di pioggia, accarezzato dalle coperte del letto, ascoltava, senza perdere nemmeno una sillaba, sua madre raccontargliela. chissà se un giorno l'avrebbe riascoltata, sbirciando tra le pagine del libro per scorgerne le figure.
la nave ormeggiata sul molo sputava un denso fumo grigiastro dalla ciminiera. l'aria vibrava, mossa dall'oscillare dei motori appena azionati. mancava poco. bisognava incamminarsi.
il Signor V. getto il mozzicone, si strinse il bavero e sistemo la sacca lungo la spalla, muovendo per primo il piede destro umido e pruriginoso lungo il pontile. in cielo un stormo di gabbiani si apprestava ad inoltrarsi verso il mare aperto, pronti a dirigersi verso l'infinito.
voglia di partire. di andare non so dove, senza meta, dove porta la pioggia. salendo sulla scalinata di legno mischiato a ferro arrugginito volse un ultimo sguardo alle spalle, per vedere se si ricordava ancora come erano fatti quelli occhi color corteccia di castagno, che tanto lo avevano stregato, per sempre.
qualche secondo di attesa. lo sguardo fisso.
dove sei? dove sei?
raddrizzò la camminata e continuò a salire. la nave stava per salpare.
domenica 26 febbraio 2012
Pretty
The sound of your hysterical cries
Revives my colours
I look into those beautiful eyes
I wanna fill them with tears
Maybe tonight
We'll sleep easily in our tongues again
The Libertines, this bitter-sweet
You look so pretty, but I'm disconnected
"We don't like to cry"
Didn't you say so?
"We leave the shit behind our backs"
Why should I deceive you?
Don't take a chance to break me down, so
[ Lyrics from: http://www.lyricsfreak.com/a/about+wayne/pretty_20907692.html ]
Give me up
The scars I left you tomorrow won't be there
Let go, I could suffocate
Give me up
You're looking for something you may never find in me
Let go, let me breathe my air
Tomorrow you won't panic and I...
You frozen widow...
I won't pay the price of my lies
I can't believe you left this all to me
We're libertines, you're bitter-sweet
You look so pretty, but I'm disconnected
"We don't like to cry"
Didn't you say so?
"We leave the shit behind our backs"
Why should I deceive you?
Don't take a chance to break me down, so
Give me up
The scars I left you tomorrow won't be there
Let go, I could suffocate
Give me up
You're looking for something you may never find in me
Let go, let me breathe my air
Breathe my air
Revives my colours
I look into those beautiful eyes
I wanna fill them with tears
Maybe tonight
We'll sleep easily in our tongues again
The Libertines, this bitter-sweet
You look so pretty, but I'm disconnected
"We don't like to cry"
Didn't you say so?
"We leave the shit behind our backs"
Why should I deceive you?
Don't take a chance to break me down, so
[ Lyrics from: http://www.lyricsfreak.com/a/about+wayne/pretty_20907692.html ]
Give me up
The scars I left you tomorrow won't be there
Let go, I could suffocate
Give me up
You're looking for something you may never find in me
Let go, let me breathe my air
Tomorrow you won't panic and I...
You frozen widow...
I won't pay the price of my lies
I can't believe you left this all to me
We're libertines, you're bitter-sweet
You look so pretty, but I'm disconnected
"We don't like to cry"
Didn't you say so?
"We leave the shit behind our backs"
Why should I deceive you?
Don't take a chance to break me down, so
Give me up
The scars I left you tomorrow won't be there
Let go, I could suffocate
Give me up
You're looking for something you may never find in me
Let go, let me breathe my air
Breathe my air
giovedì 26 gennaio 2012
Raised
il Signor V. rifletteva che in fondo così non era poi tanto male. sospeso in questa condizione a metà fra il dimenticato e l'usuale. qualche frammento raffiorava qua e la, soprattutto quando tornava a casa la notte, salendo le scale, infilando la chiave nella toppa. erano mesi che ripeteva quella scena da solo, senza avere nessuno al suo fianco. strano forse, ma perfettamente consono alla situazione. la visione della vita da esterno a determinate dinamiche gli permetteva di osservare tutto nei minimi dettagli, di imparare, di capire, di cogliere sfumature e lavorare su stesso, con la piena libertà di un analisi coerente ed esaustiva. conoscere gente e approfondire i caratteri era diventato per lui una palestra di vita, per migliorarsi e ritornare ad essere la persona che era 10 anni fa, la persone che aveva sempre sognato di essere. assorbire tutto, per mostrare sempre il meglio di se, per se stesso finalmente.
venerdì 13 gennaio 2012
L'uomo della profezia
Teeria. la città del purgatorio. ai piedi della salvezza. sull'orlo della corrosione. il Signor V. vi si trovò improvvisamente catapultato, in un battito di ciglia. un odore sintetico permeava l'aria, densa di fumi incolore. una nebbia permeabile. impercettibile. una schiera di sagome intorno a lui. facce bianche, tonde, glabre oscillavano stereotipando movimenti nella coltre tossica. poteva avvertirne i pensieri. poteva leggere le loro menti. e predire ogni cosa. un forte calore lo pervase dall'interno. il petto traboccava di potere. lui sapeva. tutto. con la sola parola poteva modificare l'esistenza di ognuno di loro.
un arbitrio incommensurabile nelle sue mani.
ma decise di attendere il momento propizio, lo zenit che sapeva sarebbe arrivato. i palmi delle sue mani erano sporchi e intrisi di crema nera cristallizzata sulle rughe dei suoi polpastrelli. e rimase li. con un tremore all'occhio destro. un fastidioso prurito. che non poteva alleviare stropicciandolo con le sue dita affusolate. troppa sporcizia. forte rischio di contaminazione.
la profezia aveva parlato chiaro. tempo al tempo. necessitava solo un attesa, indefinita. ma presto o tardi sarebbe arrivata.
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