il Signor V. aprì gli occhi. le sue mani gelate dal freddo stringevano forte la balaustra dinanzi a lui, corrose dalla pioggia e dalla pressione. un cielo grigio e gonfio lo sovrastava, come un acquerello che gli stesse colando addosso dall'alto. miliardi di minuscoli spilli d'acqua continuavano a forargli il viso in più punti, bloccandogli il respiro dal dolore. di fronte a lui il mare in tempesta. di un colore indefinito, oscuro, impazzito. guardò verso il basso si accorse che le onde che si abbattevano sul faro dove si trovava avevano una violenza inaudita, come lo schiaffo di una ruvida mano sul viso di un bambino. sentì tremare sotto i piedi, la torre non avrebbe retto a lungo. Egli si voltò ed ebbe conferma del fatto che il faro non emetteva nessun fascio di luce. si stropicciò gli occhi con forza, spellandosi le palpebre, e si accorse che all'interno del lucernario vi si trovava una persona. una ragazza. appollaiata su di un poltroncino di avvolgente velluto. reggeva in mano uno spesso quaderno rilegato, sul quale scriveva morbidamente con una matita temperata per la prima volta. per una qualche strana ragione alla vista di quell'immagine il cuore del Signor V. si squarciò. si divise in 2 parti, sfibrate da un profondo solco. le ginocchia gli cedettero e si accasciò a terra battendo la testa, guardando il mare attraverso la ringhiera. delle folte criniere bianche all'orizzonte. un centinaio di cavalli. galoppando sul mare, veloci e fieri, si dirigevano verso il cuore del futuro. una forza implacabile che tracciava scie sull'acqua, come martellate sul vetro. esisteva ancora forse una prospettiva? dov'era? "quale prospettiva, Signor V.?"
soffiando aria dalle narici, richiuse gli occhi.
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