il piatto bianco, leggermente incrostato sul bordo. senza destra ne sinistra. la tavola appiccicosa, sudata.
il signor V. era fermo, gli occhi sfuocati fissi su un punto indefinito, le figure sdoppiate da quel peso dentro la fronte. prese il cucchiaio striato di calcare. all'improvviso il piatto si riempì, di una melassa tiepida e densa, la superficie un po frastagliata, dinoccolata li sul fondo liscio. inzuppò il cucchiaio, lo riempì bene e lo mise in bocca, frettolosamente ma neanche troppo.
un gusto nuovo, diverso, ma perfettamente già sentito. quel peso sullo sterno. quel cerchio alla testa. cucchiaio dopo cucchiaio, boccone dopo boccone. abitudine. nulla stupisce più. schiavi della stessa portata che ci viene servita ogni giorno. ingoiare. squagliando fra i denti, assaporando quello schifo, che permea ogni fessura. niente di stupisce più. siamo pre-occupati a preoccuparci. cosi tanto che non distinguiamo più cosa ci aspetta da cosa ci succede.
inzuppò di nuovo. un timido conato. nulla più.
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