mercoledì 10 agosto 2016

Constanta

una delle cose più affascinanti del viaggiare nell'est è che si può fumare nei pullman. e non che ci sia l'obbligo di tenere i finestrini aperti. la quantità di sigarette che può fumare un uomo seduto su un mezzo in movimento con mezza faccia spiaccicata sul finestrino è inimmaginabile: Tony aveva praticamente quasi già finito la sua tasca di tabacco comprata due giorni prima e teoricamente non sarebbe dovuta andare così. avrebbe dovuto planare verso il Mar Nero a bordo della sua "nuova" due ruote, ma bastarono cento km, cento fottutissimi km per sfracellare il cambio definitivamente e doverla spingere fino al centro abitato più vicino. i calli delle sue mani avevano preso sembianze strane, come delle piccole unghie di forma collinare che si facevano strada tra il palmo e l'attaccatura delle sue dita, sbucando una vicina all'altra comandate da una strana simmetria. raggiunta la stazione dei bus, abbandonò la bicicletta di Arman sul ciglio della strada dandole un ultima pacca sul telaio come per ringraziarla e sperare che potesse trovare più fortuna tra le gambe di un nuovo possessore. l'autobus per Costanza era maledettamemte colmo di gente, tutta stipata sui soliti sedili sudati, come le cartucce nel caricatore di un mitra. Tony aveva poca voglia di interagire con chicchessia, quindi si infilò le cuffie e dormì ad occhi aperti per quell'ora e mezza e scarsa che lo separava da destinazione, cronometrando la polvere che volava via impazzita dietro di lui dalla penultima fila prima del vetro posteriore. ad attenderlo in centro città c'era Stefan, amico polacco conosciuto in Svezia che era lì per un meeting internazionale di studenti delle università europee. Tony si scusò per il ritardo e raccontò brevemente le tappe del suo viaggio e delle lingue d'asfalto macinate fino a quel momento. Stefan era visibilmente contento ed incuriosito e si offrì di accompagnarlo verso il porto, aveva ancora qualche ora di tempo prima di tornare a lavoro ed era desideroso di abbracciare Tony prima dell'imbarco orientale. i due si avviarono per le spiagge colmi di turisti reduci dalle terme: più che spiagge si potevano descrivere come delle immense distese di cemento sbriciolato in milioni di minuscole pietroline che sporcavano indelebilmente i piedi e si facevano accarezzare dalle lievi onde del mare, conferendo alla battigia una strana consistenza salmastra e informe. dopo aver messo sotto i denti un panino con all'interno ingredienti indefiniti e aver inaffiato il tutto con una birra frizzante, virarono verso il terminal degli imbarchi, talvolta chiacchierando ancora talvolta restando in silenzio, influenzati da quel lieve imbarazzo di due persone che non si vedono da cinque anni ed è anche giusto che non sappiano cosa dirsi. si strinsero la schiena forte e si salutarono con un sorriso sincero, più con gli occhi che con le labbra. Tony era di nuovo solo e stava per affrontare la parte più intensa e potente del viaggio: il mare aperto. si aggiustò lo zaino sulle spalle e si incamminò per salire sul cargo. l'aria era condita di frenesia. si stava bene. la meta era vicina ed era tutto estremamente, estremamente bello.

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