sabato 13 agosto 2016
Sevastopol
la città federale. la città che sorride piangendo. Tony invece sorrideva e basta. non appena messo piede sulla ventosa terraferma venne dirottato al controllo sbarchi, dove contrattando alacremente con le pattuglie di polizia di due stati differenti riuscì a strappare la gentile concessione di poter passeggiare in Crimea per un giorno intero. poi se ne sarebbe dovuto andare, e alla veloce anche. poco male si disse, non ho più di un giorno da dedicarvi, basta e avanza. rifocillato dalla scorpacciata di mare della notte prima percepiva grande potenza dentro di se, energia pura da spendere sui passi collinari che sovrastavano l'imponente golfo davanti ai suoi occhi. la schiena era sciolta, il collo non gli dava più noia. era un elastico pronto ad essere scoccato verso le nuvole. si incamminò spavaldo verso il centro, dove si fermò a mangiare una pasta sorseggiando un fortissimo caffè nero e girandosi la millesima sigaretta, che gli impregnò la bocca di un fumo denso e furioso, levando alle sue labbra un po' di giovinezza e ingenuità. la gente lo fissava guardinga, ma non gli interessava, avrebbe potuto ballare in mezzo alle strade senza curarsi del giudizio di nessuno. quanta forza. si specchiò per caso su di una vetrina: i capelli legati, la pelle della faccia color cioccolata, la barba stropicciata. era cambiato di nuovo, tanto nel giro di poco tempo ma soprattutto per l'ennesima volta. una nuova consapevolezza si faceva spazio dentro il suo petto. salì per le stradine che portavano sulle alture quasi correndo, quasi saltellando. euforia. euforia pura. arrivato in cima scelse il fazzoletto d'erba con la vista migliore, lontano da tutto e tutti. scardinò lo zaino dalle spalle con un tonfo, liberato dal peso si sentì così leggero che quasi poteva planare in cielo. si distese appena per farsi irradiare dal timido sole che faceva capolino sopra la sua testa, per poi risalire e abbracciare le sue ginocchia sedute e contemplare la grandiosità davanti a se: il mare a perdita d'occhio, un'enorme lacrima caduta milioni di anni fa. uno stormo di uccelli lanciati come coriandoli volteggiava sfruttando le correnti ascensionali. chiuse gli occhi ed era uno di loro. sorvolò le navi che sbuffavano in un frenetico via vai tra le cale artificiali, controllate dagli argani di metallo colorati di un blu intenso. proseguì seguendo i suoi compagni verso sud, verso l'orizzonte, verso l'infinito. la sensazione di appagamento era micidiale, una fragorosa gioia interiore. aveva deciso. quello sarebbe stato il punto più estremo dove si sarebbe spinto. era giusto così, era stupendo così. rimase in contemplazione fino all'imbrunire, fino a che non sentì i brividi lungo le braccia dati dalla notte che si apprestava a permeare tutto. contando le luci che comparivano ovunque d'improvviso, si rimise in piedi. un ultimo sguardo, un ultimo sorriso con gli occhi. il viaggio si sarebbe concluso a Nord. un ultima tappa, un ultima strada. e poi quella più bella: la strada verso casa. moriva dalla voglia di sapere chi avrebbe trovato al suo ritorno, chi lo stava aspettando. aspettami, sto arrivando.
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